CLOCHARDS

Pubblicato il 8 giugno 2011 da

0


19

Come le estremità del corpo umano, unghie capelli e ciglia, che con il passare degli anni si sfibrano e a forza di sfaldarsi smettono di crescere, così, la mente umana arrivata a un certo punto, satura di ragionamenti, smette di carburare .

In quel momento della vita che i più intraprendenti chiamano “senilità“, il cervello cambia prospettiva e fa marcia indietro.

A questo punto, se si è fortunati, si può contare su quell’unico barlume di ragione che non ci ha lasciati a piedi, neurone dalla danza zoppicante, piccola luce nell’oscurità.

Ma con il senno di poi (alquanto opinabile), con il briciolo di lume rimasto, ci si domanda se sia più desiderabile avere ancora quella capacità di pensiero per annegare nella nostalgia, nel fiume di ricordi, o al contrario lasciarsi affogare nell’oceano buio dell’oblìo, trascinati dalla marea.

Probabilmente è proprio questo quello che si chiedono i numerosissimi clochards che intasano Parigi in ogni dove, e che si incartano nel dubbio ancestrale.

Al grido di  :”chissenfrega!”, i clochards parigini scelgono la strada dell’oblìo, e quasi per volontà attuano un piano di decomposizione cerebrale, di senilità prematura. Li vedi tutti intenti a bere sbaraccate di vino (da bravi francesi), ad aggirarsi nella città ebbri di follia, parlando da soli, ballando, o semplicemente dormendo nei sacchi a pelo che incredibilmente hanno tutti a disposizione.

Come bachi da seta si incappucciano nei loro sacchi, e senza nascondersi, riempiono le metro,i ponti,  i marciapiedi, le strade pedonali.

Sì, perchè Parigi, come già detto, mantiene come una copertina patinata la sua facciata super-chic, ma in ogni angolo puoi trovare uno stralcio di miseria sbandierato senza pudore.

I clochards sono una realtà nota a Parigi, ormai fanno parte del folklore.

E posso dire di aver denotato una certa differenza tra loro e i cosiddetti “barbùnaz” dei noantri , semplici senzatetto-senzameta-senzasperanza, piuttosto malinconici, abbandonati al loro destino, spesso scacciati, accompagnati al massimo da qualche cane con gli occhi tristi.

I clochards transalpini paiono vivere in un mondo magico tutto loro, come gitani alcuni si dipingono la pelle, danzano sotto la pioggia parigina, giocano a fare i soldati( capiterà spesso all’ignaro turista di sentirsi alle spalle un sonoro “BENG-BENG!!” per poi riconoscere il poveretto che con le mani a pistola , tutto compiaciuto, ride e se ne va.) comunicano in lingue inventate, e si conoscono sotto i cieli grigi.

In molti si aggirano in cerca di partners, come cani si annusano, si scelgono, si riconoscono e non si mollano più. E’ successo alle due vecchine del Marais, da poco amiche ,ora condividono quartiere, carrello della spesa e sacco a pelo; si tagliano i capelli a vicenda e ridono a crepapelle dandosi pacche su sedere. Oppure alla coppia di Bastille, lui ha rinunciato alle altolocate scale di Notre Dame, per condividere abbracci e rocambolesche litigate con la sua nuova Dama dai capelli blu.

Spesso mi sono soffermata a guardarli, inizialmente perplessa per via delle miserevoli condizioni igieniche, che si condensano in una cappa di puzzo misto alcol, riconoscibile da metri. Ma il ribrezzo si trasforma in fretta in curiosità, e così diverse volte ho provato a immedesimarmi: il pistolero, la sciamana, l’imperatore…ognuno si sente dentro ad una parentesi lontana dalla realtà.

Tra le tante scene surreali, di questi giovani e vecchi giocolieri di se’ stessi, mi è rimasta  impressa soprattutto quella di “Mao” (come si fa chiamare), branda e gattino, rue de Rivoli:  è sera, la città è in movimento, pieno week-end, luci  negozi, musica. Ma per Mao probabilmente è l’inizio della fine…dall’alto della sua branda/trono davanti a sè vede solo  piedi, o polpacci di persone che sfrecciano. Per ogni piede avvistato, un numero urlato.Si toglie le scarpe e comincia a giocarci, sono le sue navi da guerra ora, si scontrano si inseguono, ogni passante deve fare i conti con loro, vere e proprie armi di battaglia. Mao ha negli occhi una soddisfazione mai vista per ogni passante “gambizzato”, per ogni piede e polpaccio colpiti  assegna infiniti numeri,si applaude da solo fingendosi folla in visibilio,  il suo tono di voce cresce sempre di più, fino a quando esausto decide di farla finita, bandiera bianca signori, Mao si arrende. E riprende a dare croccantini immaginari al suo gattino tigrato.

Magari loro hanno capito cos’è la vita vera, quella che ognuno dovrebbe costruirsi per stare in pace, loro hanno scelto in quale spazio-tempo giocare, con quale ruolo, con quali armi…E di sicuro non c’è città migliore di Parigi per costruirsi il proprio teatro immmaginario, con una sana dose di pazzia.