Ricordo, dopo aver visto il video di “Use Somebody”, di aver pensato: “Ma questi sono gli STESSI Kings of Leon?”. Li avevo infatti lasciati ai tempi dei capelli lunghi, barbe incolte, con l’aria da ragazzini della campagna americana, e me li ritrovo ora con questo video in mezzo ai grattacieli, capelli leccati e barbe degne di impiegati bancari, nonché una pioggia di premi e dischi di platino.
Tant’è, contrario ad ogni snobismo musicale, ho riascoltato i nuovi KOL, che così fighetti non devono poi essere se sono stati scelti come headliner nei maggiori festival mondiali degli ultimi due anni. (vedi Reading, Lolapalooza, Glastonbury…)
La serata inizia con i The Whigs, che sono una vera e propria scarica di energia e riscaldano a puntino l’atmosfera ma il pubblico, come spesso accade, li calcola minimamente. Ma veniamo ai KOL: unica data italiana e niente sold out, evento prevedibile vista la bassa esposizione mediatica e radiofonica di cui godono nel BelPaese, in contraria opposizione con quello che avviene nel resto del mondo. Il pubblico è formato per almeno il 60 % da ragazze e da un altissimo numero di americani e inglesi (qualche spagnolo qua e là): la musica per i Paesi anglofoni è un prodotto certificato D.O.C. esattamente come lo sono il cibo o la moda per noi.
Inizia il concerto, apre “Crawl” e scopriremo che lo show sarà prettamente incentrato proprio sugli ultimi due lavori dei Kings, quelli che li hanno consacrati come gruppo di fama mondiale, “Only by the night” e “Come around sundown”.
Pur essendo diventati un gruppo Mainstream, è strano notare come il palco sia fondamentalmente scarno, con un’accozzaglia di luci sullo sfondo e due schermi ai lati: forse una sorta di omaggio alle proprie origini? Il vero punto di forza della band dei fratelli Followill è sicuramente la voce del cantante/chitarrista Caleb: potentissima (a volte cantava ad un metro dal microfono), piena di sfumature e caldissima, insomma: anche più bella di come la si sente su disco.
Se la voce è il marchio di fabbrica dei KOL, altrettanto non si può dire dei suoni o della presenza scenica: piuttosto statici, poco coinvolgenti, concentrati solo su quello che stava succedendo sul palco e non in platea o sugli spalti. Sia chiaro, tutto ciò non è necessariamente una nota di demerito: infatti la voce, il ritmo e le melodie dei pezzi sono più che sufficienti per intrattenere il pubblico.
I KOL hanno infatti dalla loro un arsenale di canzoni killer – super catchy, che anche al primo ascolto piacciono a chiunque. Il concerto prosegue con tutti i loro più recenti pezzi forti: “Radioactive”, “Pyro”, “Fans”, “On Call”, “Revelry” , “Use Somebody”, un ripescaggio (“Molly’s Chambers”) e poi encore col botto con la tripletta “Closer”, “Sex on Fire” (lasciatemelo dire: semplicemente insulsa) e “Black Thumbnail”.
Ci sono state anche alcune note stonate durante la serata, come la caduta del volume degli altoparlanti in platea ma NON delle spie sul palco, durante l’esecuzione di “Mary”, risultato: KOL che continuavano a suonare e pubblico ammutolito (poi si sono scusati e hanno spiegato la situazione); così come ci sono state alcune deviazioni trash veramente notevoli: botti finali che manco a capodanno, facce dei KOL illuminate a mò di santificazione sugli schermi laterali e bassista che sembrava uscito direttamente da una puntata di Uomini e Donne (per non parlare dei suoi fastidiosi e continui giri di basso: per la serie “amore sfegatato per le scale blues”).
Nonostante ciò, il concerto è nel complesso bello anche se i fratellini Followill devono ancora crescere se vogliono raggiungere i fasti dei loro numi tutelari U2, Coldplay o Aerosmith.
Kings of Leon ovvero: “It’s only pop-rock (but I like it)”.
Breve Trattato sulla musica che piace prevalentemente alle ragazze.
Quello che sto per scrivere non si basa su un atteggiamento sessista, discriminante o superficiale, piuttosto su un’attenta osservazione della gente che vedo ai concerti, dei video/commenti pubblicati su Facebook o sul web in generale e dai gusti personali di alcune ragazze che conosco personalmente. La volete chiamare Statistica?Tendenza?Gioco? Non saprei, fate voi.
Mi è impossibile non notare che ci sono in circolazione alcuni gruppi/artisti che mettono d’accordo non solo la maggior parte del pubblico femminile in maniera trasversale (dalla cosiddetta “indie” all’ascoltatrice di Radio Deejay, a quella che ascolta musica sola per caso), ma che piacciono prevalentemente alla componente femminile in generale, piuttosto che a quella maschile.
Ovviamente non si vuole delineare un profilo psicologico, tuttavia trovo molto interessante (e divertente) questa trama di fili invisibile che crea un gruppo esclusivo e virtuale di band “per le ragazze”. Ecco una lista abbastanza completa, che vi prego di commentare, correggere, criticare o modificare per avere sempre più punti di vista.
Coldplay, Killers, The Smiths (e Morrissey solista), MGMT, Temper Trap, Kings of Leon, The Strokes, 30 Seconds to Mars, Placebo, Muse, Editors.
Ecco una possibile playlist da mettere in macchina per la first date con una ragazza:
The Killers “Human”
MGMT “Kids”
Temper Trap “Sweet Disposition”
The Smiths “qualunque canzone”
Coldplay “Viva la Vida”
Kings of Leon “Use Somebody”
The Strokes “What ever happened ?” (grazie, Maria Antonietta!)
30 Seconds to Mars “Kings and Queens”
Editors “Smokers Outside Hospital Doors”
Muse “Starlight”
Placebo “Every you every me”
Radiohead “Karma Police”.









tereeffe
14 dicembre 2010
Per quelle indie, FORSE gli Smiths sono troppo in là… Al massimo Wonderwall degli Oasis.
(A me una playlist del genere, editors e smiths a parte farebbe scappare via!)
VeniVidiVINS!
15 dicembre 2010
tere solo perchè non t ha messo gli arcade!:)
diegodella
15 dicembre 2010
Grazie Mille Tere del commento!
In effetti ero molto indeciso su Oasis e Blur…li aggiungo!
tereeffe
2 gennaio 2011
Vins: nahhh che arcade fire… Meglio il Britpop (Oasis a parte) e chi ha influenzato il genere